assottiglio le pupille,
di troppa cartapesta indigesta nutrite.
concentrici silenzi,
dall'effimero sapore di cascate di lente parole,
che mi lavano la testa
di braci sul petto.
voglio una testa leggera
come segni d'autunno incastonati nel vento.
che la porti via.
che la posi sul cuscino.
che la faccia dormire con se.
seguo binari di piastrelle,
nella mano solo spilli.
cerco impronte nere,
calchi di ardesia,
che mi scaldino del sole che han baciato.
ripetuto fluttuare,
appanna il fastidioso lume,
che brucia le mie ciglia,
come fossero di plastica.
e ancora sgorga doloroso sussurro,
tremolio silenzioso che fora le mani,
che bruciano,
che gelano,
che resuscitano mostri notturni di bambino.
stanza di musica tiepida,
forte di mille sconfitte,
che avvita in testa piastra di morti lontani.
piccoli passi concentrici,
retti e incerti,
perpendicolari ai cocci di vetro sparsi sulle labbra che han mosso il mio nome.
fammi sentire il sapore.
fammi sentire il sapore di ogni dolore che passa nel cuore.
fammi male.
hang me.
con nastri di raso e velluto,
che cullino e scalfiscano
il ritmo sordo.
che mi zittiscano
parlandomi con la voce dell'angoscia,
che rendano trasparente lo sguardo.
che rendano trasparente la mia pelle.
finestra in silenzio,
e fumo e vapore e condensa.
hanged under the bridge i'm praying for someone who cares 'bout me.
piovono come steli di cemento
come incidono la pelle
lasciano sapore di sangue dolciastro sulla lingua.
e ora, in silenzio, direi che non è così.
fremono e danzano come pattinatrici sul velluto,
rigide,
lige,
traiettorie curve,
pennini che scorrono modulati sulla carta con esercizi di bella grafia.
sembra necessario portar via scarpe e sogni
stanco in piedi,
respiro in piedi,
vuoto in piedi,
solo in piedi,
fuori dalla porta.
e ora,
se ci fossi, ancora,
ti chiederei di odiarmi.
odiami.
odiami.
odiami.
odiami.
e ora,
se ci sei,
prestami il tuo odio
per odiarti.
odiami.
amami¿
perdimi.